ANTONIO DEL DONNO

Antologia critica

Mario Rotili, 1962

Con un segno rapido ed incisivo, specie quando scorre sottile a suggerire più che a delineare le forme (evidente frutto di uno studio severo) a con un cromatismo controllato, capace di sfumature tenui o di suggestivi accordi tonali, Del Donno si rivela un incantato contemplatore di paesaggi, di ambienti urbani, di scorci architettonici. E qui, soprattutto, quando ritrae strade,case e distese ampie di tetti, dominate da cupole a da torri, o quando si ferma incantato dinanzi a monumenti o a nude strutture architettoniche, che gli suggeriscono ritmi larghi e solenni. Antonio Del Donno rivela evidenti qualità positive, che fanno salutare con compiacimento a con un fervido augurio il suo battesimo di pittore.

 

 

Achille Bonito Oliva, 1968

Tratto dal catalogo Galleria - Portici

Antonio Del Donno muove da una posizione, tendente ad inglobare nella propria operazione l'evidenza del mondo fenomenico e una possibile e conseguente misurazione. I materiali impiegati sono il legno, la plastica ed altri di provenienza industriale. Egli organizza il tutto im maniera da realizzare dei contenitori di luce, la quale viene ingabbiata nelle strutture e restituita poi attraverso delle sottili piastre in plastica che ne permettono lo sforamento. L'intera organizzazione risponde ad un criterio tendente non soltanto a realizzare un occultamento dello spazio quotidiano attraverso l'evidenziamento delle forme risolte secondo una mentalità estetica ma anche una contestazione delle costanti che reggono lo spazio urbano.

 

 

Filiberto Menna, 1968

Del Donno presenta i suoi contenitori di luce, con i quali imbriglia un elemento fluido come la luce in strutture rigorose, in modo da costruire uno spazio certo per l'espansione del fattore luminoso.

 

Mirella Bentivoglio, 1978

Tratto dal catalogo Mazzotta

Ho conosciuto Del Donno nel 1972, mentre era in corso la sua mostra nella galleria romana Artivisive. I suoi "Vangelioggetto" di grandi dimensioni, realizzati in legno vecchio, riportavano una frase di S. Paolo sul conformismo, impressa a fuoco. Allora non si vedevano in giro libri lignei. E in quegli anni la dissacrazione indistinta, astuta, era il nuovo conformismo, il nuovo feticcio da dissacrare. Del Donno lo aveva capito, lo faceva sentire nelle sue scelte coinvolgenti; nelle sue misure e materie, nei suoi procedimenti, come nei suoi segni verbali e oggettuali, la sua logoiconografia. Aveva esposto anche grandi tagliole, cresciute a misura d'uomo come in un paese di Swift. La dimensione era 1'elemento linguistico che portava la forma di quegli strumenti sul versante simbolico; il loro profilo, dilatato, assumeva nello spazio 1'ambigua forza, grafica e non, dell'ideogramma-scultura. La lunga pausa che ha seguito quei lavori può essere letta come un'altra prova di autonomia. Sbloccato il suo rifiuto negli oggetti a negli environments (lo zaino di ferro, la gabbia rotta, la croce obliqua rotante, il tubo-tunnel, le civette vive a impagliate) Del Donno è tornato gradualmente alla pittura: ma 1'ha riacquisita "scritturalmente". Alla libertà del gesto concitato ha accompagnato lo scavo di un segno sovrapposto: quasi una cancellazione; "casuale" e non.

 

 

Enzo Battarra, 1979

Ma lungi dall'essere, quella di Del Donno, una semplice ricerca estetica, dopo aver perseguito il preziosismo stilistico in oggetti che sembravano quasi usciti dalla mano di un designer, Antonio Del Donno rivolse il suo interesse e problematiche piu ampie, Interessanti queste sue riflessioni: "L'uomo d'oggi a un uomo che è cosciente di far parte del freddo sistema socioeconomico, sa di aver perduto la sua individualità. Cerca dovunque, nella cieca violenza, nella vana cultura, nella religione, nell'effimero successo la valorizzazione del suolo. Tenta di riformare la società, lotta per una coscienza politica collettiva, ma egli stesso è parte del sistema, ne è strumentalizzato e soggiace a ogni compromesso". Quasi con estrema sintesi di queste sue riflessioni, Antonio Del Donno inventa la struttura imperante: la tagliola. Questa viene costruita artigianalmente in dimensioni gigantesche per rendere piu palese ed evidente il significato simbolico dell'oggetto. E ognuno di noi vi si ritrova immobilizzato all'interno. Assieme alla tagliola Del Donno elabora un altro oggetto-soggetto caro alla nostra cultura, il Vangelo, portato anch'esso a dimensioni assurde, realizzandolo in legno. E dal Vangelo viene estrapolata una frase, anche presente nelle opere successive, che riecheggia inascoltata, nel vuoto, come un motto beffardo: "E non siate conformati alle cose di questo mondo, ma trasformatevi nelle vostre menti". E veniamo all'ultima produzione, quella presentata qui a Caserta. Sono delle tele, e fin troppo evidente è il ritorno all'informale, un informale che ha pero fatto esperienza. E' ritornato il segno primitivo, duro, asciutto, ma gli spazi si sono arricchiti di colori contrastanti, assurdi e fantastici, impegnati in giochi cromatici, dove la pennellata è a volte piu decisa a volte meno. E proprio da questo procedere di linee decise e di ampi spazi cromatici nasce quello che è il tessuto costitutivo delle opere di Del Donno: 1'irrazionale che si sposa con il razionale. E' 1'istinto che si accompagna alla ragione, la linea, frutto dell'impulso, si impegna a delimitare e a segnare le unità di colore, la violenza dell'intervenire deve quindi fare i conti con uno studio preciso e metodico del colore. Infatti, sono proprio le infinite proposte cromatiche che lasciano allibito colui che guarda l'opera, il colore diviene quasi materia, una duttile materia, in cui, per la sua brillantezza, siamo portati a specchiarci, ma non c'e nulla di pacato dinnanzi ai nostri occhi, c'è una congerie di umori. La tela viene segnata con ampi gesti e il colore è portato a scontrarsi con se stesso, il tutto racchiuso in una precisa dialettica interna.

 

 

Filiberto Menna, 1987

Tratto dal catalogo Mazzotta

Mi capita quasi sempre di sentire che i miei quadri vengono recepiti come un qualcosa che va oltre il semplice fatto retinico. E questo mi rende felice, anzi direi che è tutto qui il successo…" Forse può apparire singolare, e tutta prima, distraente una dichiarazione di poetica come questa, o, meglio una valutazione della propria opera in una chiave, appunto, "non retinica". Antonio Del Donno è troppo legato a una radice manuale, direi artigianale, nel senso più antico e nobile del termine, è troppo coinvolto dalle suggestioni provenienti dalla materia e dalla fattura, per poter pensare che l'opera finita parli non attraverso gli occhi, per pensare che noi gli prestiamo completamente fede quando si dice felice di un impatto non retinico del la sua opera. Eppure sentiamo che la sua notazione risponde ad una verità più profonda, che essa ci dà una chiave di lettura non convenzionale del suo lungo a tormentato lavoro di artista, vissuto in disparte, quasi ai margini del dibattito culturale considerato il più attuale a alla moda, ma attento ai mutamenti reali, ai cambiamenti che contano veramente nei percorsi dell'arte. Il fatto è che Antonio Del Donno è un artista che crede ancora, e fermamente, nel vero e nel falso, nell'autentico e nell'inautentico, che ha una moralità da affermare con il proprio lavoro. Direi che Del Donno è un moralista, se il termine non si accompagnasse spesso a una connotazione limitativa, se non addirittura negativa, in tempi come i nostri dove contano invece le disponibilità più flessibili, la spregiudicatezza a il cinismo. Ma bisogna intendersi: Del Donno, nonostante le apparenze, non è un misantropo, una sorta di moderno gentiluomo di campagna irto a scorbutico che aborre 1'attualità. Al contrario, egli ha seguito con attenzione il divenire dell'arte, vivendone alcune fasi dall'interno (le fasi che sentiva a lui veramente congeniali); altre osservandole con occhio acuto, in grado di coglierne il senso più vero, Lui stesso ha detto che "1'attualità e la moda sono fattori costruttivi", ma lo sono solo quando "vengono filtrati attraverso la sensibilità dell'artista che se ne impossessa facendone espressione della propria identità". Tocchiamo qui il punto centrale della questione posta dall'opera di Antonio Del Donno a dalla stessa qualità umana dell'artista: ciò che Del Donno chiede all'arte, anzitutto alla sua, ma anche all'arte in generale, quella che egli definisce autentica e vera, è di farsi tramite per il raggiungimento di una identità, di una capacità di essere in mezzo agli uomini a alle cose contrassegnato dalla dimensione dell'autentico, L'opera d'arte è il tramite, il mezzo attraverso il quale 1'autore indica una via possibile di riscatto da una quotidianità troppo compromessa con un sistema di valori fondati sulla moda a sul denaro. In questo senso, niente affatto retrivo o misoneista, possiamo tranquillamente dire che Del Donno è un moralista e che la sua opera vuole essere portatrice di moralità. In fondo, il senso complessivo che si può cogliere nel suo lavoro è un atteggiarsi dell'intelligenza a della sensibilità nei confronti dell'attuale sistema di valori segnato da un accento fortemente critico, mentre viene riservata un'accoglienza tutta diversa a ciò che ha radici profonde in una condizione antropologica più disponibile all'incontro con la natura. In questo è da ricercare il motivo di una impressione ricorrente di fronte all'opera di Del Donno, di avvertire un accento antico, anzi arcaico, una parlata che sembra provenire da luoghi remoti, quasi dimenticati, ma che basta un gesto, un segno, un grumo di colore e di materia su un supporto povero come una tavola di legno, per farci riconoscere come luoghi familiari. Né deve meravigliare che Del Donno abbia riconosciuto un debito decisivo per il suo lavoro a un artista come Rauschenberg ("io ho vari `padrini', ma quello che in me ha provocato lo shock è stato Rauschenberg, perchè mi ha fatto conoscere 1'azzardo, la libertà e la manipolazione di varie tecniche"): il fatto è che 1'artista americano apre sull'universo metropolitano moderno, segnato dalla produzione a dai consumi di massa, ma porta con sè una capacità di prelievo e di manipolazione che appartengono a una dimensione antropologicamente antichissima, legata all'infanzia dell'uomo, come specie e come individuo, per cui nella sua opera si verifica un corto circuito tra ciò che appartiene all'universo tecnologicamente più avanzato e ciò che appartiene a un funzionamento della mente che possiamo definire primitivo. Si comprende meglio, a questo punto, il senso di una immagine ricorrente nel lavoro di Del Donno, quella della tagliola, che acquista per giunta una dimensione gigante, come una immagine onirica.s Certo, la tagliola è l'emblema di una condizione di prigionia, di impossibilità vitale (come lo sono le icone della gabbia a della civetta impagliata, una anche quella del tubo-tunnel), ma ha nello stesso tempo una sua pregnanza concreta, legata proprio alla vertiginosa sincronia di arcaico e di moderno realizzata dall'opera di Del Donno. E da questo punto di vista ha ragione Mirella Bentivoglio quando scrive, a proposito delle "grandi tagliole, cresciute a misura d'uomo come in un paese di Swift", che "la dimensione era 1'elemento linguistico che portava la forma di quegli strumenti sul versante simbolico; il loro profilo, dilatato, assumeva nello spazio 1'ambigua forza, grafica a non, dell'ideogrammascultura". Un'arte come antropologia culturale, dunque, come scavo nelle profondità del passato a partire dalle tracce che questo ha lasciato in mezzo a noi e che convivono con gli oggetti e le immagini dell'universo tecnico moderno. Sincronia, compresenza, quindi, e non recupero "colto", di tipo "anacronistico" e simili: nell'opera di Del Donno non c'è nessuna indulgenza verso la citazione e il remake; c'è piuttosto il prelievo e il rifacimento, come quando ci serviamo di un vecchio utensile o di un oggetto abbandonato e li adattiamo a nuovi usi. Di qui, un altro aspetto importante del lavoro di Del Donno, la sua componente fabbrile, affidata a un gesto robusto e sicuro, che tratta le materie e i supporti con profonda conoscenza, con una familiarità che rivela una lunga consuetudine, propria di una cultura contadina. Tutto ciò che circonda 1'artista ha un suo preciso valore d'uso a prima di essere gettato nei rifiuti ha diritto a un'attenta riconsiderazione, per vedere se non possa essere riconvertito in un nuovo attrezzo per la nostra vita quotidiana. Anche 1'opera di Del Donno assume pertanto il senso di una combine-painting, in cui il dato preesistente, per lo più supporti poveri di legno, di varie dimensioni a forme, viene assunto e riconvertito in pittura mediante un gesto che agisce con forza manipolando colori e materie a trasformandoli in segni violenti come graffiti o lievi e veloci come una pittura-scrittura. Da questo punto di vista appaiono particolarmente significativi gli inchiostri eseguiti dall'artista agli inizi degli anni Cinquanta, legati alle esigenze della rappresentazione (vedute della città natale, per lo più), ma già consegnati a un segno deciso che rivendica una propria, piena autonomia strutturale e che è stato paragonato, non senza una qualche ragione, al segno di un Hartung o di un Kline. Il gesto informale ha avuto ed ha, infatti, un ruolo assolutamente primario nel lavoro di Del Donno; costituisce, in un certo senso, il trait d'union che tiene insieme le diverse fasi del lavoro dell'artista, dagli inizi, sopra ricordati, fino alle opere recenti caratterizzate da una vigorosa ripresa di una pittura gestuale. Ma anche in questo caso il gesto si carica, nella poetica di Del Donno, di un significato particolare, di veicolo di espressione-strutturazione dell'interna forza pulsionale e quindi di momento di relazione tra interno ed esterno, soggetto a oggetto, arte e natura.

 

  

 

Giuseppe Galasso, 1987

Tratto dal catalogo Mazzotta

Mi interessa l'arte di Antonio Del Donno, che seguo da anni, per la doppia e non comune congiunzione ravvisabile in essa di spontaneità e di ricerca, la spontaneità si riversa in lui in una passione del colore che gli fa conseguire effetti cromatici talora particolarmente intensi: ricordo certi rossi di una grande e concentrata vitalità a certi gialli, di una altrettanto espressiva e concentrata felicità. La ricerca si manifesta con una capacità di analisi e di sperimentazione tecnica e formale assai varia e inaspettata in un artista cosi schivo a appartato. Si capisce subito che l'ispirazione fondamentale di Del Donno muove dal bisogno di capire le cose e gli uomini, di aderire ad essi, di trarne motivo a conoscere e ad esaltare i valori della vita, drammatici o idilliaci che siano.

 

 

Mirella Bentivoglio, 1990

Tratto dal catalogo Mazzotta

Molti artisti, oggi, si sono spostati, almeno per una parte del loro lavoro, verso l'area operativa del libro-oggetto; un'espressione che forse, nel futuro, vorrà considerata tra le piu vitali dell'ultimo terzo del nostro secolo. Ma in genere gli artisti sono approdati a questo tipo di ricerca solo dopo esserne stati informati. Per il beneventano Antonio Del Donno fu diverso. Quuando, all'inizio degli anni Settanta, comincio a produrre i suoi libri-oggetto, ben pochi se ne vedevano. Li trovò in sé subito tattili, subito gravi di materialità e di significato. Fu la sua resistenza ai meccanismi perversi delle strutture mercantili dell'arte ad allontanarlo dalla pratica costante della pittura: ma egli porto noi libri la sua raffinatezza pittorica attraverso la scelta dei materiali e dei segni. Guardando alla poesia visiva e all'arte concettuale - tuttavia senza il pessimismo scorporato del concettuale e senza il ludismo verbale della poesia visiva - ne adottò le tecniche di "rivisitazione"; fu uno di quegli autori che parlano per interposto autore. Scelse antecedenti non letterari, noti a tutti i livelli: le Sacre Scritture. Parole maiuscole: e infatti Del Donno usò sempre solo maiuscole. Per formulare verità brucianti; e infatti le brucia dentro le sue pagine lignee come si marchiano gli animali col segno dell'appartenenza. Parole di evangelisti e gli altri autori cristiani o anche non cristiani ma sempre cosi vicini allo spirito evangelico che egli potè intitolare, senza distinzioni, tutte le sue citazioni-oggetto "Vangeli", E del nome di ogni autore, Marco, Matteo, Giovanni, Paolo, Seneca, impresse sempre solo le consonanti, come si usava nelle lingue arcaiche. All'inizio degli anni Settanta l'"arte povera" lasciava ancora il segno in tutte le tendenze italiane. Questo artista ne aveva assorbito la lezione; a per i suoi "Vangeli" scelse - e fu per sempre materiale povero, legno, ma già corroso, segnato dal tempo e dall'uso, passato attraverso molte mani; vecchi sportelli di campagna, tavolati di laboratori di artigiani, già macchiati di tinture, feriti da trinciature; a formula anche mediante il materiale la sua fede poetica. I cardini dei suoi libri furono, e sono, ferri baftuti a mano, spesso chiodi, ma chiodi spuntati, monitori quanto inoffensivi. La sua pagina lignea si apre girando su questi perni suggestivi di pena, e, subito dopo, il messaggio può rinchiudersi nell'ombra, prima che l'abitudine fruitiva lo consumi. Questo, della difesa dal troppo noto, è un punto importante. Intendo dire che Antonio Del Donno con i suoi libri applica nel modo più radicale la tecnica della decontestualizzazione. A differenza degli altri "metalibri" i suoi "Vangeli" non si leggono nei luoghi stessi in cui i testi-matrice vengono letti all'origine. Nel messale, nella chiesa, queste parole restano mute, imbavagliate dalla consuetudine. Ma nei legni dove sono insieme impresse le impronte del tempo a del linguaggio, nei materiali che rivelano la fatica di chi vi ha lavorato prima della loro trasformazione; in questi coinvolgenti reperti di Del Donno, che legano uomini e tempi diversi, le parole troppo note ci restituiscono intera la nostra capacita di sentirle. Parole che si fondano su verità naturali, vegetali; che predicano la povertà. I secoli le hanno tradite, porgendole in rilegature preziose, col risultato di uno svuotamento di senso, Perciò la "scrittura povera" di Del Donno si spinge estremisticamente nella direzione opposta. Nessuna traccia individualistica, nemmeno la firma dell'artista; ma sempre una rigorosa delega al preesistente e una secca volontà di selezione. Non s'incontrano parole miti, su queste pagine dure. "Non date perle ai porci perche essi si rivolteranno contro di voi." Cosi il Vangelo allude al Vangelo e 1'arte all'arte. "I falsi profeti vengono a voi vestiti da pecore ma dentro sono lupi rapaci". Parole contro 1'arroganza e la presunzione del potere: "lo sono venuto affinchè i ciechi vedano a quelli che vedono diventino ciechi". E ripetutamente l'invito: "Non siate conformati alle cose di questo mondo ma trasformatevi nella vostra mente". Fino alla promessa, sconvolgente nel macerato contesto: "L'umiltà precede la gloria". Oltre ai "Vangeli" ho conosciuto 1'inseparabile civetta viva di Del Donno, simbolo del notturno (Benevento è la citta delle streghe), posata su un trespolo nelle sue mostre; e ho visto, fin dal '72, le sue grandi tagliole a misura d'uomo: due metri per due. Una eretta, 1'altra adagiata, apparentemente pronta a scattare. L'una arrugginita e 1'altra nuova, quasi a dichiarare che le trappole per prede umano sono sempre esistite. Il ferro in cui sono costruite si contrappone al caldo materiale primario dei "Vangeli"; gli angoli retti di questi contrastano con la curva seducente delle tagliole; che potrebbero aprirsi come libri, e potrebbero racchiudere corpi, esattamente come le pagine racchiudono frasi. Dunque una sintesi speculare dei contrari, una visione poetica delle antitesi, che oggi Del Donno, nella sua celebrazione spaziale della conoscenza, propone alla città medievale dove San Francesco incontrò il lupo. In questa sede storicamente connotata la dualità dell'installazione, formulata cosi nitidamente - francescani Vangeli e inganni-lupo (appunto, i travestiti da pecora) -, è folgorante. Si costruiscono tanti sistemi filosofici per l'uso a 1'interpretazione del mondo, ma la nostra condizione è, proprio come agli inizi dell'organizzazione culturale umana, segnata da una sola fondamentale alternativa. Tra le richieste dell'essenza e i comandi del sistema. Tra la Tagliola e la Parola.

 

  

 

Clotilde Paternostro, 1990

Inconsueti perchè libro-oggetto (materiale povero: legno); presenze misteriose perchè sanno d'arcano e di remoto, di mistico e monacale (claustrale, medievale); visioni apodittiche perchè oggetti dalla presenza in sé conchiusa e significante, marcati a fuoco con frasi assolute (evangeliche o massime tratte da antichi testi). Pur se vi è un doppio iter nel lavoro di Del Donno; il libro-oggetto e la realizzazione pittorica d'impronta informale, il libro o "Vangelo" è il prodotto più significante dell'intera opera di Del Donno. Libro di legno consunto, corroso dall'uso e dal tempo, legno scabro... " (i "Vangeli") trasmettono per intero 1'essenzialita della parola che diviene segno. In principio era la parola, la parola era vita, citano i Vangeli. Quindi la parola è un segno, diviene fatto, oggetto, e tutti possono leggerlo" (S. Sannipoli). Del nome degli autori, come rileva Mirella Bentivoglio nella presentazione del catalogo dagli Evangelisti a Seneca, ad Alfredo il Grande, Del Donno imprime solo le consonanti, come era in use nelle lingue arcaiche. E grande è il fascino investendo fantasia e memoria, mito e cultura, sostrato della nostra vita. Una duplice forma per una tesi dunque, è la maniera di Del Donno. Se il ,Vangelo - libro oggetto, è tattile e affascinante medium di emozioni profonde, i lavori dai colori vibranti (tecniche miste su carta e legno)sono 1'altra possibilità espressiva, la formula pittorica adottata per lo stesso spessore di tensioni, di sconvolgimenti esistenziali, di turbamenti ossessivi. Intima (e figurale) dialettica di un'anima che inquieta s'interroga, scava nel profondo trovando certezza (e dando pace al proprio tormento) in quelle massime incise a fuoco nel libro dell'eterna Sapienza.

 

 

Silvio Zanella, 1994

Tratto dal catalogo Galleria Civica Gallarate

Le classificazioni sono comode ed utili ma offrono indicazioni di ordine generale e quindi insufficienti per 1'approfondimento dell'arte di una singola personalità. Ma, anche se dovremo in seguito leggere con piu attenzione 1'arte di Antonio Del Donno, non possiamo evitare di dire subito the a un pittore informale segnico gestuale, per fornire d'acchito, una lunga serie d'informazioni trà le quali rilevanti sono 1'aprioristica scelta aniconica, il ripudio del razionale legato all'utopia sociopolitica di una società armonica, giusta e perfetta, 1'abbraccio del pensiero esistenzialista, 1'adesione ad una cultura vitalistica della materia, 1'accettazione e la stimolazione dell'evento casuale, il godimento intellettualistico ma anche spirituale di specifici elementi della forma pittorica. Dall'evoluzione della sua arte appare chiaro che le posizioni assunte non dipendono da una scelta mentale, a freddo, ma bensì discendono dalla sua stessa personalità. Ben s'intende nel contesto della cultura d'avanguardia del nostro secolo a piu specificatamente della neoavanguardia degli ultimi cinquant'anni. I figurativi disegni che insistono nei decenni cinquanta a sessanta sono già caratterizzati da un segno deciso, prepotente, immediato, rivelatore di una mano, un occhio, e un pensiero che all'unisono intendono pervenire alla fusione di tutti i valori. Un segno che contenga contemporaneamente l'immagine figurativa, la sintesi strutturale della cosa, la plasticità, la luce e l'ombra, la bidimensionalita e nel contempo la prospettiva spaziale, senza con ciò rinunciare al valore grafico pittorico del segno, anzi esaltandolo a facendone il vero protagonista dell'opera. Da questa posizione iconica a quella aniconica il passo è culturalmente enorme ma avendo Del Donno acquisito il mezzo formale, diventa brevissimo. E' un passo minimale e naturale promosso dall'esigenza dell'artista d'esprimere e manifestare, non piu 1'interpretazione di una realtà oggettiva esterna a se stesso ma bensi una realtà soggettiva che nasce dalla sua personalità. L'opera diventa allora la rivelazione dell'autore; il suo modo di fantasticare, sognare, godere, amare, scoprire, rivelare, creare: diventa il proprio modo di essere. E quell'aggancio con la realtà esterna, mantenuto negli anni cinquanta e sessanta, è poi proprio scomparso? Non direi. Nelle sue creazioni, anche le piu recenti, vi è quasi sempre 1'eco fortissimo della natura, del creato, presente a volte come un rombo, a volte come un'esplosione, a volte ancora come la testimonianza di un evento biblico, drammatico, tanto piu grandioso quanto piu semplicemente e sinteticamente espresso. Si ha quasi sempre la sensazione che Del Donno voglia pervenire alla creazione di un opera, grandiosa e conclusiva, con un solo gesto.

 

 

Annamaria Maggi, 1997

Tratto dal catalogo Fumagalli

I "Vangeli" rappresentano un'altra opera chiave per la lettura del lavoro dell'artista, sono oggetti/libri costruiti con tavole di legno grezzo a spesso inchiodate frà di loro sulle cui pagine 1'artista incide a fuoco frasi tratte dal Vangelo.In questo, più che in altri lavori, Del Donno dimostra che ha una moralità da affermare, ciò che egli infatti chiede al proprio lavoro è di farsi tramite per il raggiungimento di un'identità, di confrontarsi con più franchezza con se stesso e con la realtà esterna a le sue contraddizioni.Se uno dei tanti problemi dell'arte contemporanea è 1'assoluta incapacità di ricreare una tendenza che leghi in qualche modo 1'arte alle sue espressioni e se il problema si ispessisce maggiormente quando troppi stacchi, troppi mutamenti, troppe differenze caratterizzano il lavoro cui una artista, il lavoro di Del Donno è lontano da questa disomogeneità, è al contrario l'espressione di una totale coerenza di idee ed espressione.

 

 

Nico De Vincentis, 1998

Una scultura di Antonio Del Donno è stata collocata in piazza Vanvitelli a Caserta. L'artista beneventano ne ha fatto dono all'Amministrazione comunale che ha deciso di collocare l'opera (due grandi cubi cavi sovrapposti) nella piazza centrale della città. Il sindaco Falco ha affermato che "la scultura rappresenterà l'elemento grandioso che vuole emergere dalla quotidianità". Del Donno, uno dei principali interpreti dell'arte informale, a Caserta ha tenuto, in contemporanea, una mostra dei suoi ultimi lavori. Maturità, equilibrio e voglia di incantare restano il mix decisivo per l'artista che ancora una volta ha saputo dettare i tempi di un cammino che non ha soste o torcicolli. L'appuntamento casertano è segnato da un'altra grande tappa, la pubblicazione di un catalogo con la presentazione di Achille Bonito Oliva. Un riconoscimento che il noto critico d'arte rende a Del Donno facendolo rientrare in una parabola che parte da Leonardo per arrivare ai giorni d'oggi. La parola-chiave è "geometria". Bonito Oliva, tra l'altro, afferma: "L'artista ha fondato un uso diverso della geometria, come campo prolifico di una ragione irregolare che ama sviluppare asimmetricamente i propri principi, adottando la sorpresa a l'emozione. Ma questi due elementi non sono contraddittori col principio concettuale, semmai lo rafforzano". In sostanza l'asimmetria delle opere di Del Donno viene accettata e assimilata nel progetto "poichè partecipa della mentalità dell'arte moderna e della concezione del mondo che ci circonda, fatto di imprevisti e di sorprese". E Bonito Oliva conclude attestando Del Donno tra i migliori protagonisti di una "nuova antropologia dell'arte in cammino verso il Duemila".

 

 

Achille Bonito Oliva

Una linea italiana del XX secolo nell' "opera Del Donno"

Il XX secolo ha visto 1'arte italiana sempre in prima linea con movimenti che ne hanno caratterizzato ricerca a sperimentazione nel rispetto di una memoria storica che ha evitato soluzioni schematiche e riduttive. Dalle Avanguardie storiche alla Neoavanguardia, dal Futurismo all'Arte Povera, dalla Metafisica alla Transavanguardia è possibile riscontrare una linea mediterranea a cosmopolita dell'arte italiana capace di rappresentare la modernità ma senza appiattirsi sui modelli nordeuropei ed americani. Indubbiamente 1'arte contemporanea, operando in un contesto ad alto sviluppo tecnologico, ha adottato nel suo svolgimento un metodo di analisi a riduzione linguistica che meglio mettono in evidenza le volontà di comunicazione nella societa di massa. Se il Minimalismo nordamericano confina sempre con la pura riduzione geometrica, to standard del grattacielo a della forma semplice, è possibile rintracciare uno standard italiano, capace di trattenere nel rigore delle proprie forme tratti di complessita non riducibili alla pura geometria. Antonio Del Donno presenta le sue nuove opere (pittura a scultura) in una mostra che (non per la prima volta a livello internazionale) evidenzia temi universali dell'arte italiana, partendo dal Futurismo e arrivando ai giovani artisti d'oggi. Questa mostra ricerca, in particolare, quella linea the si dipana dal dopoguerra ad oggi giungendo spesso in anticipo su molti fatti internazionali. Quale antesignano di tale linea qui si indica un grandissimo artista (Leonardo) di cui credo sempre più sarà chiara la priorità nel processo che porta alla nascita del1'astrazione, the non significa astrattismo ma piuttosto capacità di cogliere 1'immagine nella sua struttura concettuale. E' curioso notare, come in quasi tutti i casi 1'origine dell'astrazione sia legata ad un sostrato di cultura esoterica: Piaccia interessato all'alchimia, Mondina vicino alla teosofia. In quasi tutti i casi inoltre 1"`invenzione" dell'astrazione nasce a stretto contatto con la musica, la più immateriale delle arti basata su astratti a matematici rapporti: il precursore Ciurlionis, 1'artista lituano the influenzo Kandinsdkij, era anche musicista. La moglie di Picabia, Gabrielle Buffet, era allieva del maestro Busoni, il musicista ritratto in una delle ultime magistrali opere di Boccioni, che per altro in uno scritto su Balla ne evidenzia la "purezza suprema, una specie di sensibilità scientifica che doveva condurlo fatalmente all'interpretazione presente". Per Giacomo Balla il principio dell' astrazione è nell'analisi della luce. "Le compenetrazioni iridescenti" scompongono la luce nei suoi colori disposti secondo forme triangolari che corrispondono alla struttura del raggio luminoso. E' la riduzione dell'arte al suo elemento essenziale, la luce, e di questa le sue componenti di base. Senza dubbio il valore della progettualità assume un peso determinante nella strategia linguistica dell'arte italiana dalla fine del Quattrocento alla fine del XX secolo, in quanto portatrice di particolari articolazioni della materia ideata dall'artista. Egli predispone una forma iniziale che si sviluppa progressivamente attraverso momenti modulari che moltiplicano, senza ripetizione, quello di partenza. Gia la prospettiva rinascimentale, forma simbolica di una visione antropocentrica del mondo ed esaltatrice della ragione, opera sulla rappresentazione dello spazio mediante 1'uso della geometria euclidea. Questa geometria nel suo impiego presuppone il senso della misura a di una resa iconografica essenziale. Astratto o figurativo, come si evince nella Battaglia di San Roma-nodi Paolo Uccello, il motivo pittorico diventa oggetto di una rappresentazione filtrata da un occhio progressivamente analitico, che farà affermare a Leonardo da Vinci: "la pittura è cosa mentale". Tale mentalismo sostiene to sviluppo dell'arte italiana anche attraverso 1'accelerazione spaziale del Barocco e regge finanche il suo passaggio dall'Ottocento al Novecento, fino alle sue prime decadi occupate dal Futurismo alla Metafisica, producendo fenomeni di espansione ed assottigliamento formale. Pure 1'opera scultorea di Medardo Rosso, precedente a questi movimenti di avanguardia in qualche modo a attraversata dal desiderio di smaterializzazione, il tentativo di portare la scultura verso uno stato pittorico, assorbendo in tal modo una sensibilità scientifica tipica della propria epoca. Anche la Metafisica di De Chirico fonda la propria iconografia su uno spaesamento dell'immagine sotto il controllo della misura prospettica. Anche qui un senso della misura tende a dare essenzialità a nitore epifanico all'immagine. In qualche modo una progettualità tutta italiana regge la mentalità dell'arte di Del Donno, una interpretazione della modularità intrisa da un esprit de géometrie, un vapore mentale diffuso che tocca i versanti della produzione iconica e di quella aniconica. Il modulo diventa 1'elemento strutturale the fonde la possibilità della forma giocata sempre sulla complessita che moltiplica potenzialmente all'infinito la sorpresa della geometria. Convenzionalmente la geometria sembra essere il campo della pura evidenza a dell'inerte dimostrazione, il luogo di una razionalità meccanica a puramente funzionale. In questo senso sembra privilegiare la premessa, in quanto la conclusione diventa to sbocco inevitabile di un processo deduttivo e semplicemente logico. L'artista italiano ha invece fondato un diverso use della geometria, come campo prolifico di una ragione irregolare che ama sviluppare asimmetricamente i propri principi, adottando la sorpresa e 1'emozione. Ma questi due elementi non sono contraddittori col principio progettuale, semmai lo rafforzano mediante un impiego pragmatico a non preventivo della geometria descrittiva. Non a caso 1'artista passa continuamente dalla bidimensionalità del progetto all'esecuzione tridimensionale della forma, dal bianco a nero dell'idea all'articolazione policromatica. A dimostrazione che 1'idea ingenera un processo creativo non puramente dimostrativo ma fecondante e fecondo. Infatti la forma finale, bidimensionale o tridimensionale, propone una realtà visiva non astratta ma concreta, pulsante sotto to sguardo analitico ed emozionante dello spettatore. Il principio di una ragione asimmetrica regge 1'opera che formalizza 1'irregolarità come principio creativo. In questo senso la forma non si esaurisce nell'idea, in quanto non esiste fredda specularita trà progetto ed esecuzione. L'opera porta con se la possibilità di una asimmetria accettata ed assimilata nel progetto, poichè partecipa della mentalità dell'arte moderna e della concezione del mondo che ci circonda, fatto di imprevisto e di sorprese. In tal modo il concetto di progettualita viene investito di un nuovo senso, non rimanda più ad un momento di superba precisione, ma semmai di verifica aperta, seppure pilotata da un metodo costruito mediante la pratica a 1'esercizio esecutivo. II metodo rimanda naturalmente ad un bisogno di parametro costante a progressivo, ancorato ad una coscienza storica del contesto dominato dal principio della tecnica. La tecnologia sviluppa processi produttivi, ancorati sulla standardizzazione, l'oggettività a la neutralità. Principi costitutivi di una diversa fertilità rispetto a quella costruita sulla tradizionale idea iper-soggettiva della differenza. In questo Del Donno, artista italiano classicamente moderno, e portatore sano di un'arte capace di produrre differenze mediante la creazione di forme che utilizzano standardizzazione, oggettivita a neutralità in maniera fertile, capace di filtrare nell'immaginario di una societa di massa pervasa dal primato della tecnica a da questa svuotata di soggettivita. Ma questo svuotamento non a visto come una perdita, come potrebbe sembrare ad una mentalità tardo-umanistica o marxista. Invece diventa il portato di una nuova antropologia dell'arte alla fine del XX secolo a del secondo millennio ed in cammino verso il 2000.

 

  

 

Enzo Battarra

Incontro con Del Donno

Più che un'intervista è un incontro. Ci conosciamo da anni, io e Antonio Del Donno. Più volte abbiamo parlato dell'arte in generale, dei movimenti artistici internazionali, ma anche della sua Benevento, dei suoi ricordi, dei suoi amici di un tempo. Del Donno con i suoi quarant'anni di attività ha percorso in prima linea, se non addirittura in trincea, gli anni che dal Dopoguerra ci hanno condotto fino ai nostri giorni, ancora così pieni per I'artista di voglia di creare. Antonio Del Donno è così, un eterno curioso della vita e dell'arte, un amante instancabile della pittura, della ricerca, dei linguaggi visivi. E' un "puro", un uomo che non finisce mai di incuriosirsi e al tempo stesso di meravigliarsi. E' un "puro" perchè si emoziona davanti all'opera di un altro artista, così come davanti a un suo quadro che riesca a soddisfarlo pienamente. E ha tanto, tantissimo entusiasmo. Perché nell'arte ci crede. Non ama rispondere alle domande, Antonio Del Donno. La formula dell'intervista lo emoziona, lo rende più teso, direi timido. Quando siamo uno di fronte all'altro, tende a chiudersi in se stesso. Riconduce ogni discorso alle sue opere. Ha i cataloghi davanti a sé e a ogni domanda fa riferimento a un suo lavoro o a un suo percorso artistico. E' strano che uno come lui, così propenso a utilizzare i testi nelle sue opere, ami poi fuggire dalle parole nel corso di tutto il colloquio. Il più delle volte fa citazioni. Si comporta nel dialogo così come nella sua ricerca pittorica. Procede per accumulazioni, per contaminazioni. Ci mette dentro tutto I'impeto del suo gesto pittorico e poi aggiunge parole prelevate dai testi dell'avanguardia, così come dalle Sacre Scritture, o ancora dalle frasi di ogni giorno, quelle pubblicate sui giornali, gli stessi giornali che a volte ritaglia e riporta sulle sue tele. II parere di Del Donno è netto: "Sono già state scritte e dette delle cose meravigliose, importanti, che mi sento di condividere fino in fondo". E' per questo che nella sua ultima monografia ha inserito citazioni da Kline, Malevic, Kounellis, Rauschenberg, Tilson, Beuys, Paolini, Burri, Duchamp, Tapies, Scialoja, Picasso, Manzoni, ma anche da Martin Luther King, Seneca, Socrate, dai Vangeli. "Ho riportato questi pensieri - afferma Del Donno - in quanto li considero parte integrante della mia identità e d'insegnamento nella mia vita. Per me tutto è stato un bel gioco e lo sarà sempre: la ricerca di un linguaggio estetico, la creatività, il potermi esprimere con forma e colore, mettere a fuoco riflessioni sulla vita politica sociale. Tutto ciò è molto bello, specie quando un'opera crea e trasmette emozioni agli altri". E' un atteggiamento estremamente prudente il suo. Antonio Del Donno si lascia scoprire un po' alla volta. Serve una leva e quella leva e il suo stesso linguaggio pittorico. Si apre subito quando parli della sua pittura. Qual e il suo linguaggio? "Sento di appartenere all'attualità - e la pronta risposta - anche se qualcuno mi definisce informale". E' una precisa presa di posizione sulla poetica, ma è al tempo stesso una dichiarazione di guerra. Via i generi, le classificazioni, gli incasellamenti. Del Donno fa pittura nel senso pieno del termine e non accetta, non ama essere definito in un contesto che egli va comunque stretto. "Certo, uso anche il linguaggio informale, così come uso tanti altri linguaggi, pittorici e non", questa la sua precisazione. E poi aggiunge quanto già in precedenti occasioni affermato: "Utilizzo tutti i mezzi che ho a disposizione: fotografie, serigrafie, ritagli di giornali, legno, ferro, colori acrilici, al fine di rendere il messaggio più prorompente. Questa libertà di linguaggio è espressione anche della mia libertà spirituale, che mi ha consentito fin dagli inizi di scegliere i luoghi e le periferie di piccoli centri urbani impregnati di umiltà. Trovano tutto lì, poesia, emozioni, serenita". La sua pittura, dunque, puo arrivare dappertutto. Ma dove parte? "L'amore per la linea e la gestualità mi porta in tutti gli ambienti dove si può giocare con la prospettiva. Oggi dopo quarant'anni la mia pittura è sempre dominata dalla linea, tirata sempre con la stessa energia, ma che contiene quarant'anni di esperienza, vissuta sempre alla ricerca di nuovi linguaggi. Antonio Del Donno si entusiasma a parlare dei risultati conseguiti con le sue opere. Quelle stesse opere pubblicate le mostra a me con fierezza, pur sapendo che conosco bene il suo lavoro. E ci tiene a sottolineare un passaggio: "Ripeto lo stesso disegno tante volte fino ad ottenere I'espressione più efficace, più spontanea". Ma come ci si sente artista, come si vive un alto tasso di artisticità? Del Donno non ha dubbi: "Sto con la mente sempre a riflettere sulle cose dell'arte, a costruire le forme, a cercare una sintesi con pochi gesti, una sintesi che possa rispecchiare la mia tensione, la mia creatività". E' detto tutto. Resta al critico il tempo di fare a sua volta una citazione. "Quando termino un lavoro, avverto che esso vive una propria dimensione fatta di equilibrio di forme, di armonia, di tempestività di gesti, di intuizione, e che pronto è ad essere destinato agli altri per essere destinato agli altri per essere fruito e trasmettere quella carica emotiva con cui è stato realizzato".

 

  

 

 

  

 

 

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